Zio di tutti amico di nessuno



La storia dell'uomo di cui racconterò oggi risale alla seconda metà dell'ottocento circa. Non se ne conosce il nome ma preferisco non utilizzare neanche il soprannome con il quale è famoso per non condizionare coloro che già conoscono parte degli eventi che lo riguardano.

Per me è da sempre un esempio da imitare, nonostante la sua fama non fosse delle migliori. Ma si sa, il paese è piccolo e la gente mormora, e qualche volta inventa. Al suo paese lo chiamavano tutti "zio" ma nessuno gli voleva bene, e nonostante questo è riuscito ad entrare nel cuore di molti. Credo che dopo centoquarantuno anni anche lui meriti il suo spazio, e mi si perdonerà se anche io ci ricamo qualcosa, questa volta però, in suo favore.

In principio possedeva uno dei poderi più belli della valle, ma si giocò tutto alle carte e poi scomparve senza lasciare traccia. Si parlò a lungo di quel fatto nonostante di lui non si seppe più nulla per molti anni. Ai bambini veniva spesso raccontato di quel giovane nato con la camicia che non aveva saputo fare buon uso della fortuna che aveva.

Si venne poi a sapere che era finito a Napoli, arruolato nelle truppe di fanteria elvetiche mercenarie. O almeno, questo è ciò che raccontò in paese un uomo di passaggio che diceva di averlo incontrato molto lontano dalle Alpi. La maggior parte della gente del villaggio non sapeva nemmeno dove fosse Napoli ma rimase molto sorpresa di sapere che quel ragazzo dedito ai vizi avesse abbracciato la vita militare, di certo non poteva che fargli bene un po' di disciplina, dissero.

Del suo valore militare non arrivò mai voce al paese. Né di quanto accadde negli anni del suo soggiorno nel sud Italia e del servizio che prestò al Regno delle Due Sicilie. Non fu spesa una parola sulle cure che lui seppe dare al suo capitano gravemente ferito durante i moti del '48, né si venne a sapere alcunché della giovane mora che aveva amato e che aveva perso troppo presto lasciandolo nella disperazione.

Tornò nella sua terra d'origine dopo diversi anni di assenza. Alla gente non passò inosservato il suo volto segnato da anni di esperienze che loro stessi non avrebbero potuto nemmeno immaginare, ma accecati dal pregiudizio che avevano per lui, nessuno capì il dolore che portava nel cuore. Come un animale ferito, quella sofferenza lo spingeva  a ripresentarsi là dove non avrebbe voluto tornare mai, un po' per orgoglio, un po' per vergogna per il ricordo che sapeva di aver lasciato di sé.

Con sguardo cupo si presentò in paese in compagnia di un ragazzetto moro di nome Tobia. Disse che era suo figlio ma della madre non spiegò nulla. Nel giro di poco si sparse la voce del suo ritorno e come spesso accade nei piccoli paesi si ricamò parecchio sulla sua storia. Qualcuno si era inventato che l'uomo avesse commesso un omicidio, non in guerra, ma durante una banale rissa, e che per questo aveva disertato, per fuggire alla punizione del reato.

Ovviamente queste voci terribili spaventarono la gente del paese, che prese a ricambiare il suo sguardo con altrettanta durezza. L'uomo e il suo Tobia furono trattati con estrema diffidenza e quest'accoglienza lo amareggiò a tal punto da spingerlo a vivere ai margini del paese e isolarsi sempre di più.

Con il denaro risparmiato durante gli anni nelle truppe elvetiche pagò al figlio l'apprendistato da carpentiere, il quale si dimostrò forte e volenteroso e una volta appresa l'arte tornò al paese dal padre. A differenza di lui, Tobia aveva un buon carattere e riuscì a farsi benvolere da tutti. 

Il giovane sposò poi una ragazza del paese cagionevole di salute, e se ne prese cura con gioia e devozione. Dopo soli due anni di matrimonio ci fu un terribile incidente e Tobia morì schiacciato da una trave nel cantiere edile in cui stava lavorando. La povera moglie si ammalò per il dolore e dopo due settimane la si dovette seppellire accanto al marito. La coppia lasciò orfana una bambina di appena un anno.

Il dolore per la morte del figlio rese l'uomo già provato da molte sofferenze ancora più scontroso e la gente del paese, non avendolo mai avuto in simpatia non lo aiutò per niente, anzi, infierirono ulteriormente dicendo che le sue sciagure altro non erano che il castigo che si meritava per una vita senza Dio. Anche il parroco ci mise il becco, e, anziché trovare parole di conforto, colpevolizzò l'uomo di quanto accaduto al figlio. Il vecchio non parlò più con nessuno e dopo aver comprato due capre si rifugiò nell'unica cosa che gli era rimasta e che in passato non era riuscito a giocarsi per lo scarso valore: una piccola baita sui monti, poco più grande di un bivacco estivo.

Quanto alla nipote di appena un anno che gli era rimasta, se ne prese carico la nonna materna insieme alla zia. La bambina si chiamava Heidi, ma la sua storia già la conoscono tutti.



Nella foto, Johanna Spyri, autrice del libro Heidi (1880).
I fatti qui narrati sono tratti ed ispirati dal romanzo tradotto per i giorni nostri da Alessandra Lavagnino. 

PS: tutto questo per sottolineare che la bambina svizzera più famosa del mondo fu disegnata da Hayao Miyazaki con i capelli neri e gli occhi scuri perché aveva origini italiane.

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